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PLATINUM CALCIO SHOW 10 11 2014 4 PARTE
VA IN SCENA IL CALCIO A TELELOMBARDIA
GIORGIO E TELELOMBARDIA 1993

PEPPIN MEAZZA ERA IL FOLBER

Agosto 1979: si spegne nel silenzio il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Gianni Brera stende in suo onore questa stupenda commemorazione

E' morto a Lissone Peppìn Meazza. Se n'è andato in silenzio, vergognoso di morire come si dice dei gatti, alla cui specie sorniona apparteneva. Era da tempo malato. Un chirurgo amico, Minolo Pizzagalli, gli aveva dovuto asportare mezzo pancreas e mal volentieri parlava, poi, della sua sorte più o meno vicina.

Oltre a quello, soffriva di disturbi circolatori. Sulla sua faccia gonfia affioravano vene di color rosso plumbeo.
giuseppe meazza

Gli occhi grandi, bovini, parevano costantemente assonnati. Pesanti palpebre calavano le lunghe ciglia a proteggere lo sguardo non timido ma talora impacciato e sfuggente.
La voce gli si rompeva in gola come se una spossatezza greve negasse d'improvviso il fiato necessario ad alimentarla.
Insomma, faceva tanta pena da indurre gli amici a ribellioni di puerile insofferenza e perfino di rabbia.
Perché vederlo sfiorire a quel modo era come dover riflettere sui nostri anni perduti, sulla fine più o meno vicina di tutti.
E non c'è nulla al mondo che dispiaccia di più alle povere ciolle che noi siamo. Ora il Peppìn e morto.
Se n'è andato in silenzio, sapendo benissimo perché la moglie lo aveva portato a Rapallo in primavera.
Dovevo preparargli per tempo il "coccodrillo" e non avevo cuore.

Con il dovuto cinismo gli ho telefonato a Monza: mi ha risposto già dalla tomba: "Sto ben, sto ben (come se indignato domandasse: chi te l'ha detto che muoio?): propi incoeu vo a Rapallo". E ancora una volta gli fui grato di una notizia che mi risparmiava l'odiosa incombenza di caragnare in anticipo.

Nulla di più imbarazzante, nulla di più vile. Al diavolo voi che vorreste chiudere le pagine ancor prima che siano scritte!
Ma ora Peppìn è morto per davvero, e ricordarlo bisogna, dire chi era, che cosa ha fatto, e cercar di non piangere perché sarebbe falso: nessuno crederebbe che piangi per lui.

morte di giuseppe meazzaContela giusta, Gioânn: col Peppìn e passata la tua vita.
E allora, via, parliamone come di un fenomeno che poco poco ha inciso sul nostro costume.
Personalmente, ho finito addirittura per giocare con lui, ormai facevamo ridere entrambi; ma chiunque, ragazzino, abbia pedatato negli anni trenta, almeno per un istante, un'ora, un anno ha provato a mitizzare se stesso nel suo nome.
Perché Peppìn Meazza e il football, anzi "el folber" per tutti gli italiani.

Grandi giocatori esistevano al mondo, magari più tosti e continui di lui, pero non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario.
Era nato nel 1910, di fine agosto, a Porta Vittoria, non so in quale via. Sua madre aveva nome Ersilia e veniva da Mediglia, nella Bassa di Lodi.
Faceva la verduratta, che era allora povero mestiere: lo chiamava "Peppino", secondo l'italiano storpiato dai lombardi: e tutti gli altri, Peppìn, e magari anche "Pepp", che è tanto bello e veloce, ma screditato ormai dalle pochades d'osteria.
Porta Vittoria non finiva già al monumento delle Cinque Giornate, proseguiva per la campagna ricca di fossi e di fontanili.
Quando si preparava il cantiere per una case nuova, si faceva sgombro uno spiazzo e in quello giocavano al folber i fiolett della zona.

Peppìn ha dato subito la misura del suo carattere e del suo stile pretendendosi centro mediano, che nel beato calcio di quei giorni era padrone e donno del gioco (una ricerca sull'indole e poi sul carattere dei grandi campioni consentirebbe di precisare che al loro esordio hanno tutti giocato da centro mediano, center half in inglese).
Peppìn ragazzetto era gracile e denutrito. Aveva le spallucce cadenti e le ginocchia vaccine.
Sottoposto a visita scolastica, e stato trovato debole di polmoni e accolto al Trotter, che era ed e l'avveniristica scuola all'aperto dei milanesi.
Egli era dunque un esempio del nostro entozoo disastrato e tuttavia gagliardo, con dentro tanto nerbo da strabiliare chiunque lo sottovaluti (anche oggi, che aderiscono al calcio i soli rampolli del quarto e del quinto stato, di gran lunga i più numerosi a livello professionistico sono i lombardi).

Giocando da "fasso-tuto-mi" come in effetti consentiva il ruolo di centro mediano, Peppin teneva spesso la palla e quindi aveva modo di adeguare sempre meglio i suoi strani piedi e soprattutto i ginocchi alle necessita di controllo e di tocco.

Si muoveva sornione e qualche volta ingobbiva: che era il sintomo dello scatto imminente: allora, di botto, saltava tutti a sorpresa, con tanta felicita di tempo e di gesti che subito si pensava alla miracolosa trasformazione operate dal gioco su quello scorfano apparentemente negato.

 





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