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PLATINUM CALCIO SHOW 10 11 2014 4 PARTE

STORIA DEL CALCIO - I LEGIONARI DI CESARE

David Messina - tratto da "L’Italia di Arrogo Sacchi"
Mursia editore

Sappiamo tutti che gli inglesi amano definirsi i maestri del calcio, meglio ancora, gli inventori del football, del gioco cioè che loro chiamano, secondo una traduzione letterale del termine, del "piedepalla".
Negli anni trenta, i figli d’Albione, rifiutarono di partecipare alle prime tre edizioni dei campionati del mondo proprio perché si ritenevano i più forti in assoluto, i maestri appunto, gli inventori della scienza calcistica.
E ritenendosi i maestri inventori, non reputavano dignitoso scendere in campo in volgare competizione con modesti discepoli, da qualsiasi latitudine provenissero.

In realtà, i presunti maestri erano solo degli usurpatori che si arrogavano titoli e diritti appartenenti non a loro ma proprio a noi italiani o quanto meno ai nostri progenitori di scuola e lingua latina.
I primi uomini che presero a calci una palla, o meglio un oggetto sferico che saltava e rimbalzava come avesse dentro l’argento vivoDavid Messina, non vivevano in Inghilterra o in Scozia, ma dimoravano frequentemente in Romagna, appena di là dal Rubiconde, verso sud insomma, verso Roma.
Ed erano militar soldati, erano proprio quei mitici legionari di Cesare che in attesa di scorrere le Gallie, ovvero l’intera Europa allora conosciuta, rendevano più lieti i loro ozi romagnoli, prendendo a calci una vescica di pollo gonfiata a forza di polmoni e ricoperta di robusti stracci.
Intorno al 54 a.C. Giulio Cesare saltò su e urlo: "avanti miei prodi" (nessun riferimento a nostri contemporanei) e guadò il fiume, trascinandosi dietro verso il Nord, verso la brulla Padania di allora, legioni e legioni di mercenari che avevano avuto l’accortezza di razziare eserciti di polli al doppio scopo di garantire alla spedizione l’utile al dilettevole, ovvero cibo da mangiare e gonfie vesciche da prendere a calci.

Marciando e calciando, alcuni mesi dopo, i legionari arrivarono fino al Canale della Manica.
Qui si imbarcarono in capaci galee, incapparono in una tempesta che affondò alcune delle piccole navi a tre ordini di remi, ma alla fine, sbarcarono nell’odierna Inghilterra.
Dal Solent, da quella parte cioè delle bianche scogliere britanniche nei cui fondali nel 1994 furono localizzate alcune delle navi romane affondate, Cesare e i suoi legionari ripresero a risalire verso Nord, intercalando alla marcia e ai calci alla vescica qualche assalto daga in mano.
Sta di fatto che tra un fendente e l’altro, infatti quegli omaccioni incominciarono ad appassionarsi anche agli strani tornei senza cavalli e senza cavalieri che i piccoli legionari di Cesare improvvisavano nei momenti di tregua, gonfiando vesciche di polli.
Risalivano perciò i legionari la Gran Bretagna e, man mano diffondevano nell’isola anche i germi di quel calcio che doveva poi indurre gli inglesi più svelti di mente a codificare un corpo di regole in grado di dare al football e alle sue partite i connotati di un leale confronto tra due squadre di undici giocatori.
Riepilogando, i romani inventarono il calcio, lo chiamarono "Arpastum" e lo introdussero in Inghilterra.

Gli inglesi impararono l’Arpastum dai legionari di Roma e lo fecero subito proprio, lo ribattezzarono "football" o "piede-palla" se preferite, e gli diedero tempi e regole precise che ancor oggi si tramandano felicemente nonostante il folle "cupio dissolvi" con cui il colonnello Blatter, la FIFA, l’UEFA, l’International Board e Arrigo Sacchi tentano di distruggerle.





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