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TESTIMONIAL GAME SEI PER SEMPRE

partita d'addio a San Siro stadio Meazza per franco baresi 28 ottobre 1997 tutti i compagni di una vita tutti i campioni da van basten gullit tassotti e molti altri due squadre baresi e all star e il goal bellissimo di baresi tante emozioni, la commozione di franco, le lacrime..

TESTIMONIAL GAME SEI PER SEMPRE
29 ottobre 1997

Tanto Milan e tanti campioni per il ritiro dal calcio della bandiera rossonera
GRAZIE BARESI : E' STATO BELLISSIMO

Le stelle, il gol, il saluto, le lacrime, Sacchi e Capello in panchina: serata indimenticabile per il Capitano . A San Siro vanno in scena i giocatori che insieme a Franco Baresi hanno illuminato l'Europa e il mondo. Grande emozione per Van Basten e poi il pianto del capitano, autore di una rete alla fine. Milano - Sono tutti in fila sulla passerella.. Si spingono, si toccano, scherzano. Gullit fa casino,

Tassotti dice: visto che faccione il Carletto? Virdis si liscia i baffi bianchissimi, Rijakaard è svampito, Van Basten chiude. Sono tutti qui sulla gigantesca astronave San Siro, sulla macchina del tempo. Sono tornati. Striscioni, brividi, emozioni. Giù Fabio Capello e Arrigo Sacchi. Insieme. Incredibile ma vero. E si parlano e si fanno fotografare. Insieme per una volta sulla panchina del tempo. Uno, Arrigo doveva andare in tribuna per incompatibilità con l'altro, Fabio. Ma sono uniti dal buonsenso e da Franco Baresi.
Clonate Baresi. Capitano, mio Capitano. Una inimitabile bandiera rossonera. La cartellonistica rossonera è struggente e malinconica. Come i cori. Spunta una preghiera: Van Basten torna. Poi: nostalgia Van Basten. Nostalgia di quel Milan, di tutti quelli in passerella. Quando scende Marco Van Basten con la sua caviglia massacrata dagli ortopedici di mezza Europa, l'astronave ondeggia.
L'urlo sale, potente e immenso: Marcovanbasten, Marcovanbasten. E lui, con il suo numero nove e le sue movenze da cigno e la sua eleganza. Va bene lo stesso, Marco. Grazie, Marco urla il popolo. Baresi gli batte le mani e poi avanza con le sue gambe larghe. Si divertono. Segnano gli All Stars, gli altri, gli amici. Giovannone Galli, fa segno con il dito e dice no. Non ci stanno. Franco digrigna i denti. Non è bello. Carletto Ancelotti fa un piccolo fallo tattico su Zidane e il Galinho si gira di scatto. Un momentino, come diceva il Roberto Bettega telecronista, di tensione. Poi Pacioccone Ancelotti va ad abbracciare il grande maestro di Roberto Baggio e Ronaldo. C'è solo Franco Baresi, canta la curva.
E Franco Baresi, come d'incanto, magia delle magie pareggia.
Gol vero, diagonale di Angiulin Colombo e il Capitano che arriva in corsa. Dentro. Abbracci e applausi, l'astronave si apre e diventa una grande ola. Ecco i canti degli scudetti e della coppa Campioni. Il gol di Franco Baresi sul display. Caro Capello, conserva la cassetta e fallo vedere ai Kluivert e agli Anderson. L'intervallo. I premi. Silvio Berlusconi al centro lo premia con poche parole e un Pallone d'Oro. Non te l'ha data l'Europa, eccolo è tuo Le parole non servono, le lacrime sono in agguato. Poi un altro tempo, i gol, gli applausi a Baggio, i colpi di Weah. E l'uscita. I cinque minuti di Franco Baresi. Fabio Baldas ferma il tempo E stringe la mano al Capitano.
Lo speaker annuncia: esce Franco Baresi e non sarà sostituito. Il giro di campo. La pelle d'oca, il saluto del Mito. Franco piange, alza la mano e piange. Come a Monaco quando perse una coppa Campioni, come a Los Angeles. Tutto molto bello e delicato. Ciao e grazie nostro Capitano. I compagni, i "rivali" sono fermi, immobili in mezzo al campo. Lui entra nel sottopassaggio E' finita, fa il suo ingresso nella memoria. E la gente lo chiama: uno di noi. Mina canta: sei grande, grande, grande. In tuta risale dalla passerella ed entra in tribuna d'onore. Il suo posto adesso è la. Si spengono le luci, il suo nome sul campo, laser, la musica. Ancora emozioni, ancora suggestioni. Fa freddo, si alza il vento e si porta via Franco Baresi, il Capitano. Fine. E domenica il Milan senza gambe e senza testa e senza Baresi torna. Com'è triste accettare questa dura realtà. Germano Bovolenta. Gazzetta dello Sport

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