
10 dicembre 2010
In gol delle ragazze afgane in campo tra gli elicotteri
Le calciatrici della nazionale si allenano, senza velo, in una base Nato.
E per la prima volta volano in Bangladesh per un torneo internazionale
KABUL - Lo scorso martedì, alle ragazze della nazionale afghana di calcio femminile non restavano che due giorni di allenamento prima del loro primo incontro a livello internazionale.
Le giocatrici si stavano alternando tra tiri in porta e parate, o, disposte in cerchio, facevano a turno a dribblare, quando alcuni soldati armati hanno fatto irruzione in campo, attraverso un cancello laterale, ordinando loro con garbo di farsi da parte.
Sopra le loro teste si è udito allora il possente rombo di un elicottero in avvicinamento, le cui pale hanno creato un vortice di terra e detriti: la Nato era tornata a rivendicare la propria piattaforma di atterraggio, obbligando le giocatrici ad abbandonare l'unico luogo della capitale in cui è possibile per loro giocare senza correre rischi.
"Odio gli elicotteri, ma non esiste un altro posto dove poter giocare: verremmo attaccate", dichiara Khalida Popal, dirigente della federcalcio femminile, nonché una delle senatrici della squadra.
Gioca in difesa, ma quando si tratta di promuovere il calcio femminile è un'instancabile "punta". "È il mio modo di darmi da fare", spiega. "Vogliamo mandare un messaggio e dimostrare al mondo che le donne possono giocare a pallone, studiare e lavorare".
Per le donne afghane dedicarsi a tali attività non è certo facile.
E lo sport, in particolare, rimane una passione difficile da assecondare. Dopo essere stato completamente bandito all'epoca dei talebani, in Afghanistan lo sport femminile si sta lentamente riaffermando, seppure con discontinuità e osteggiato dalla carenza di fondi, dalle incertezze e, soprattutto, dalla mancanza di luoghi dove potersi allenare tranquillamente - in una società dove anche la più modesta esibizione del proprio corpo è spesso considerata un reato sociale.
"Ovunque andiamo ci sentiamo dire: "Perché giocate a calcio? Non è uno sport per ragazze'", afferma Popal.
In Afghanistan, ventidue sport vantano una rappresentanza femminile a livello nazionale; si tratta per lo più di squadre di recente formazione. Shukaria Hikmat, che presiede il Comitato olimpico femminile afghano, ricorda che un'unica donna afghana partecipò ai Giochi del 2008 (nell'atletica leggera), mentre a quelli del 2004 presero parte due atlete.
Sul fronte maschile invece, l'Afghanistan è riuscito ad affermarsi con risultati di tutto rispetto: quelli del cricket sono considerati eroi nazionali, ancor più dopo la recente vittoria sulla Scozia, mentre in ambito asiatico la squadra di tae kwon do è una vera e propria potenza.
Ieri la squadra di calcio femminile è volata in Bangladesh per giocare la sua prima partita ufficiale internazionale. "Gareggiare a questo livello internazionale è già un successo", afferma Wahidullah Wahidi, l'allenatore.
Soprattutto dal momento che le calciatrici afghane giocheranno contro squadre provenienti da Paesi in cui il calcio femminile è una realtà consolidata da tempo.
La squadra afghana deve fare i conti con alcune condizioni svantaggiose: il campo di calcio della base Nato di Kabul, l'unico luogo dov'è possibile allenarsi, è accessibile solo tre volte a settimana, elicotteri permettendo. E questo perché, in seguito all'inaspettata affluenza di spettatori intervenuti ad un'amichevole contro il Pakistan, il presidente Hamid Karzai ha ordinato che il campo fosse messo a disposizione delle giocatrici.
Capitano della squadra è Roya Noori, una liceale di sedici anni, piccola di statura ma dalle gambe possenti. Quattro delle giocatrici di punta vivono in America, e prima del torneo del Bangladesh non hanno avuto modo di allenarsi insieme al resto della squadra.
La divisa della nazionale è un'assortita varietà di capi scompagnati, tra i quali non figurano pantaloncini né maglie a maniche corte.
Nella maggior parte dei casi però, le giocatrici rinunciano a coprirsi la testa con il velo - un capo che in Afghanistan è indispensabile indossare in pubblico - perché troppo scomodo. "Potrebbe essere pericoloso", afferma Popal: "Un'avversaria potrebbe aggrapparvisi e strangolarti"
. Popal, che ha ventitré anni e studia ingegneria, proviene da una famiglia tradizionale di etnia pashtun. Ai tempi del liceo, quando iniziò a nascere in lei la passione per il calcio, padre e fratelli le vietarono di iscriversi a una società. Nel Paese esistono ventuno club di calcio femminile, quasi tutti con sede nella capitale.
"Li presi per sfinimento, e alla fine accettarono", racconta Popal. Da allora sono trascorsi cinque anni, e "adesso sono molto orgogliosi di me". Ma anche preoccupati: in quanto portavoce di spicco del calcio femminile, la ragazza racconta di aver ricevuto minacce di morte e di essere spesso insultata per strada.
"È una questione di diritti civili", dichiara Wahidi. "Lo sport non dovrebbe essere una faccenda per soli uomini. Il problema è che l'ottantacinque percento della popolazione del Paese è analfabeta, e non è in grado di capire".
di ROD NORDLAND(copyright New York Times- la Repubblica traduzione di Marzia Porta)
IN SPAGNA ATLETICO FEMINAS CON BAMBINE DI 10 11 ANNI
"CI CHIAMANO BARBIE, MA POI PERDONO"
LE CALCIATRICI LE SUONANO AI MASCHI
28/1/2010Madrid
Gli avversari le chiamano "Barbie" per insultarle. Poi a fine partita piangono perchè hanno perso e i genitori fanno la loro parte: "Ma come potete farvi battere da una squadra di ragazzine?"
E' la storia dell'Atletico Feminas, categoria Alevin A, anni 10 11, orgoglio del vivaio dell'Atletico Madrid.
Le bambine giocano contro i maschi, e vincono.
Imbattute - Unica squadra femminile del girone da 10. è in testa alla classifica: finora 7 vittorie e un pari con Rayo Vallecano 27 gol fatti e 6 subiti.
A guidarla un ragazzo alla prima esperienza, David Fernandez, 20 anni e le idee chiare: " Io voglio solo che si divertano - ha detto al sito dell' Atletico Madrid - Giocano tutte, a turno, senza guardare la classifica o avversari. Sono brave, forti, e non hanno paura.
Quando cominciano le partite gli avversari sono premurosi. Poi quando vedono che le bambine giocano bene e se necessario fanno fallo allora cambiano atteggiamento." Anche troppo: " Ci chiamano Barbie, ci insultano - racconta Raquel, la capitana - ma ci entra da un orecchio e ci esce dall'altro".
"A frenare il calcio femminile è la società - dice Fernandez - .
Io nelle categorie inferiori non vedo differenze tra maschi e femmine. Però quando a fine partita le mando a dare la mano agli avversari c'èchi la rifiuta, con i padri che fanno commenti tipo "non si può perdere contro una squadra di femmine". Questo tipo di atteggiamento va sradicato dal calcio".
A suon di gol, vittorie, sorrisi e strette di mano.
Gazzetta dello Sport
ADESSO IL MAGAZINE
23/1/2010L'ultima idea per pubblicizzare e promuovere il nostro settore riguarda un magazine-tv-settimanale: una trasmissione televisiva che raccolga tutti i gol della giornata di campionato con l'aggiunta delle migliori azioni, le fasi salientidella partita da mandare in onda su Rai Sport.
L'idea è nata dalla collaborazione, sempre più stretta, fra Rai e Divisione che, in tema di comunicazione, si sta adoperando come mai in precedenza.
Il progetto poggia anche, se non soprattutto, sulla collaborazione delle società che dovranno fornire gli highlights, cioè i filmati brevi contenenti i gol, le azioni più importanti e tutti i contributi possibili: interviste prima e dopo il match, statistiche ecc...
L'iniziativa, le cui linee essenziali sono segnalate dal sito della Divisione, è in avanzato studio, a tal punto che si parla già del numero-pilota: ovvero della prova che per sommi capi sarà poi quella definitiva.
Un'idea bella, importante, a cui ognuno potrà aderire nelle più svariate forme: offrendo così un'opportunità a tutti i componenti di ogni singola società. Presidenti, allenatori, direttori sportivi, giocatrici, ecc, tutti avranno la possibilità di "apparire" in video e di conseguenza pubblicizzare, rendere nota la propria società e magari anche particolari iniziative.
Certo occorre anche darsi da fare sotto tutti i punti di vista.
Gli aiuti vanno bene, naturalmente, il sostegno delle istituzioni anche, ma le società devono fare di più.
Tavagnacco - Torres, ad esempio, seguito in diretta web ( fra l'altro con problemi, non dipendenti dalla Divisione, e mandato in onda in differita alle 22.15) avrebbe potuto andare in onda in diretta. La Rai aveva proposto le 18.45 di sabato 23 gennaio.
L'occasione è sfumata perchè il campo amico del Tavagnacco non ha un impianto luce omologato. Ecco gli aspetti su cui occorre ancora lavorare e molto.
Giso OrengoSprint & Sport
